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Vittorio Gregotti | Città europea e periferia

 

 

Il lamento intorno alle condizioni della città è ormai unanime e crescente. La vita nella città, specialmente nelle grandi città, è diventata sempre più complessa e faticosa: persino pericolosa. I trasporti pubblici sono sovente inefficienti, le città sono progressivamente sempre più sporche, mal gestite, sempre più affollate di pessimi edifici, conflittuali ed estranee agli stessi cittadini, che sembrano indifferenti al loro declino morfologico.

 

Sembra che in esse la povertà assuma speciali forme di disperazione, sconosciuta nelle campagne. La competizione e le relazioni d’affari sostituiscono completamente quelle sociali.

 

Eppure la città è probabilmente il più importante monumento costruito dall’uomo, la rappresentazione fisica delle volontà, delle speranze e delle memorie di una intera collettività. Nonostante molti affermino che il fatto urbano stia, nel nuovo millennio cambiando radicalmente la propria natura, nonostante alcuni architetti e sociologi cantino le lodi della dispersione, della mescolanza ridondante senza regole, dell’espansione infinita e della infinita duttilità che annulla ogni storicità insediativa, presentandoli come i caratteri della città del nuovo millennio, ciò che si può scrivere del futuro della città è che esso è assai incerto ma nello stesso tempo fondato su una storia di almeno quattromila anni. Si pensa oggi sempre oltre la città ma quasi sempre ad altre città perché la cultura di ogni comunità è per noi quasi sempre cultura urbana. Ancora oggi le città sono i luoghi di verifica dello stato di avanzamento tecnico economico della società ed insieme dei suoi conflitti. La comunicazione immateriale non ha certo sostituito le opportunità dell’incontro fisico tra le persone offerto dalla città, anche se, proprio con l’enorme crescita dalla comunicazione immateriale, sono aumentati i rischi della disgregazione sociale e della sublimazione dell’esperienza per mezzo dello schermo mediatico. La città è il luogo che offre comunque le opportunità più ampie di lotta solidale ma insieme anche la solitudine più crudele.

 

Città e cittadini non sembrano cioè nei nostri anni amarsi reciprocamente. I cittadini utilizzano la città ma non si identificano più con essa.

Mai come in questi anni, però, si sono visti costruire tanti pezzi di città, per non parlare della quantità degli edifici, che superano negli ultimi 50 anni quelli costruiti nei precedenti 2000, né gli architetti sono mai stati tanto popolari da invadere persino i settimanali più diffusi.

Più del 50% della popolazione del mondo è oggi una popolazione urbana e tale percentuale è in costante aumento; ciò sottolinea l’idea della superiorità della vita di città e la separazione radicale da quella della campagna, anzi il suo abbandono, se non come spazio turistico per pochi.

La fenomenologia urbana poi si è enormemente diversificata nell’ultimo secolo. Città piccole e molto grandi, villaggi, frammenti urbani, resti di insediamenti, metropoli grandissime, ricche o poverissime, in declino o dallo sviluppo grande e rapido; città da ricostruire dopo insensate distruzioni belliche, città pianificate o autocostruite, bidonvilles senza confini; o, al contrario, città dalla lenta crescita sulla permanenza delle proprie tracce. E poi città regione, megalopoli, reti di città interconnesse o separate da grandi spazi vuoti interni, città nuove, di drenaggio della popolazione in via di inurbamento o di espansione di grandi metropoli ma in genere, però, città senza paesaggi, lontane dai propri territori.

 

Ciascuno di questi tipi di città dovrebbe presentarsi come possibilità diversa e come problema singolare alla nostra coscienza di architetti e di cittadini ma quando si discute del futuro urbano è solo all’immagine della gigantesca metropoli e della sua infinita estensione a cui si pensa. Città, cioè, sede del potere globale sui territori, città inconoscibili dai suoi stessi cittadini, città dentro la quale la natura è conosciuta solo sotto la forma di “standard di verde” per abitante. Dentro alla supercittà anche gli spazi aperti come spazi pubblici, di relazione, le piazze, i “commons”, i portici sono divenuti luoghi inospitali e di scontro, tanto che ad essi va funzionalmente sostituendosi il grande interno privatizzato, offerto come luogo di incontro sociale: il centro commerciale ma persino l’aeroporto o la stazione di servizio o il grande complesso sorvegliato: per ricchi o per poverissimi: contro l’altro, il diverso.

Se un tempo qualcuno ha pensato che la liberazione collettiva valesse il sacrificio personale, oggi la libertà personale è agita, proprio nella supercittà, contro ogni liberazione collettiva. Forse è lo stato del soggetto dell’uomo occidentale, proprio anche la sua estraneità alla vita collettiva nella città (al di fuori del tifo calcistico) che rende difficile avere un’immagine dell’altro ma ottiene invece, agendo, sempre solo l’immagine di sé stesso.

Si può dire che la costruzione dello spazio urbano, del suo tessuto, delle sue gerarchie e dei suoi monumenti, il suo disegno, cioè, nell’antico doppio significato di progetto e di rappresentazione per mezzo delle forme, abbia perduto la sua capacità di mediazione nei confronti della società. Forse esso è stato sostituito dall’immagine comunicativa dell’ossessione identitaria. Né progetto e costituzione di coincidenza come nella “polis”, tra polis e polites, né spazio dialettico come nella relazione tra “urbs” e “civitas”: anche il sogno della città ideale si è ridotto ad utopia tecnologica.

 

Certamente la città è stata sovente anche nel passato non tanto città dei cittadini quanto città dei sudditi, del re o dell’imperatore, o città di Dio e dei suoi rappresentanti.

Scriveva Fustel de Coulange ne “La cité antique”, che “… la città nei primi tempi non era affatto un luogo di abitazione, ma il santuario in cui siedono gli dei della comunità, la fortezza che li difende e che è santificata dalla loro presenza, la residenza del re e dei sacerdoti, il luogo in cui si celebra la giustizia”.

Ma, come ci ha insegnato Max Weber, oltre che città del potere o città simbolico-religiosa, la città è nella storia anche città economica di produzione, di mercato e di rendita, città istituzionale e politica pur con diversi equilibri tra questi fattori. Ma essa è anche un luogo capace di rappresentare degli ideali collettivi, sia pure con obiettivi nel tempo molto distanti fra loro. Peraltro senza ideali, pur con tutte le loro ingenuità, non vi è discorso politico (si potrebbe affermare sfidando temerariamente lo stato attuale della politica) ma neanche architettura, io aggiungo, nel senso più nobile di questo termine.

In quanto ideale è vissuto nei secoli anche quello dell’utopia urbana come rappresentazione dell’utopia sociale o come disegno che, al contrario, organizza morfologicamente lo stato delle cose, come nella tradizione delle città ideali del Rinascimento.

 

Negli ultimi anni, è vero, l’utopia è degradata a “forecast” aziendale o ad utopia tecnologica, dell’ossessione del futuro; minaccioso come l’utopia del disastro descritta dal cinema, o definitivamente risolutore. In realtà, gli ideali utopici, nel nuovo millennio, con la presunta caduta delle ragioni della storia, hanno perduto gran parte del loro slancio di progetto sociale alternativo. L’utopia è vissuta come struttura rigida, non corrispondente alle simpatie per la fluidità ed il cambiamento costante come valore assoluto. “Con l’estinguersi dell’ossigeno della storia – scrive Franco Volpi commentando il pensiero dei sostenitori della fine della storia – si spegne anche il fuoco dell’utopia.”

La pubblica opinione, per quanto televisivamente omogenea nei gusti e nei comportamenti (o al contrario nevroticamente oppositiva) non vuole più coincidere con il senso specifico della propria identità urbana ma solo con la città per quanto riguarda il suo valore incessantemente competitivo che cerca di esprimere con ciò che si ritengono essere i simboli globali del successo: cioè della visibilità.

I monumenti, cioè, non hanno più a che vedere con la storia dei cittadini ma sono diventati immagini di marca, cioè destinati al tempo breve del mutamento a causa proprio del loro immutabile obiettivo ideologico di mercato e di consumo in crescita su sé stesso: una crescita senza fine ma anche senza speranze di equità; senza speranze di mutamenti strutturali, si sarebbe detto un tempo.

 

Mai come in questo mezzo secolo, però, le città, si è detto, crescono: in densità ed estensioni che travolgono e seppelliscono nella loro espansione le piccole comunità, crescono secondo l’ideologia della de regolazione, cioè secondo il principio della libertà senza regole, libertà come assenza di impedimenti anziché come libertà come progetto. Questo sovente senza alcun rispetto per la costruzione storica del suo paesaggio; le città crescono con l’accumulazione di oggetti costipati ed inessenziali in competizione: sempre più in alto, non per raggiungere il cielo di Babele ma solo per battere in altezza il vicino.

Accanto alla crescita incessante della città cresce l’incubo della sempre più bassa qualità delle periferie. Sia le periferie consolidate nella città industriale in trasformazione che le periferie esterne dell’estensione infinita senza regole, colpevole principale dell’insensato consumo del bene finito dei suoli, di altissimi costi di infrastrutturazione e della distruzione di quella straordinaria ricchezza (specie europea) che è la fittezza della rete dei piccoli insediamenti, storicamente dotati di identità urbana e che proprio le tecniche delle comunicazioni immateriali, potrebbe rendere altamente produttivi nella loro singolarità.

Col mutare qualitativo della produzione industriale, con la sua deterritorializzazione, sono venuti meno alcuni dei motivi della separazione funzionale dei tessuti abitativi delle periferie. Ad essa si dovrebbe sostituire una concezione della periferia come insieme di centralità dotate di alta mescolanza sociale e funzionale e della presenza di funzioni rare che rendano necessari gli interscambi tra le parti della grande città; centralità dotate di identità e di qualità nel disegno urbano, cioè negli spazi fra le cose oltre che nella qualità dialogante delle cose costruite, periferie che concedano qualche speranza al futuro urbano.

 

È anche pensabile, però, che la qualità ed identità architettonica degli ambienti urbani sia diventata, per l’opinione della maggioranza rumorosa, un valore del tutto secondario. Si parla solo di congestione del traffico, di inquinamento, di costi e di prezzi, di problemi di energia, di sicurezza personale, tutte questioni importantissime ma non uniche, che non dovrebbero comunque essere disgiunte da una tensione verso una qualità della morfologia urbana, non meno che di quella territoriale da cui la prima non può essere distinta.

Il progetto urbano dovrebbe essere invece, nella sua tradizione migliore, forma di giudizio critico sulla realtà e nello stesso tempo rappresentazione della speranza di possibilità altre, al di là di ogni realismo di rispecchiamento dello stato delle cose come fosse il migliore dei modi possibili.

Inoltre, come proprio la crescita incessante della supercittà di oggi ci insegna, vi è più da temere da una eccessiva confusione competitiva tra i linguaggi dei diversi oggetti architettonici, piuttosto che dalla disciplinata leggibilità e gerarchia tra le sue parti, in funzione della costruzione di un insieme che possegga un’identità attrattiva, capace di durare ma aperta all’immaginazione sociale, a partire dalla propria stabilità dialogante. Tante cose capricciosamente diverse, si sa, producono il rumore indistinto dell’uniformità: articolazione ed eccezioni necessarie si fondano invece (è ovvio dirlo ma assai meno praticarlo) sulla chiarezza della regola insediativa rispetto alla quale si misurano nel tempo le stesse differenze interpretative e persino i diversi usi.

Ma bisogna riconoscere che è proprio il significato della nozione di qualità della morfologia urbana ad essere divenuto oggi assai più incerto di un tempo. La distanza storica, è vero, ci restituisce immagini unitarie che ammiriamo e visitiamo di alcune delle città antiche: Venezia, Praga, Siena, Cambridge o Aix-en-Provence o la stessa Bologna. Eppure la gran parte delle città (purtroppo anche di queste città) è in via di rapido peggioramento. Le loro periferie, consolidate o disperse, sono composte di parti di una eterogeneità di forme aggressive, prive di senso e contraddittorie, cementate talvolta nei loro centri dal trionfo di una nuova volgarità esibizionista e miserabile nello stesso tempo. Nonostante la grande quantità del costruito, non si è costituita un’edilizia capace di soluzioni architettoniche civili condivise, come lo fu il tessuto urbano storico europeo sino al XIX secolo. Tutto ciò è stato sostituito dalla pretesa della singolarità imitativa delle soluzioni, per ragioni di mercato del costruito; ma anche per l’esibizionismo dell’architetto professionista.

 

La città può essere bella? Forse. È sovente attrattiva, affascinante, misteriosa, ci regala un senso della possibilità, della perdizione, dell’incontro, della variazione ma certamente non si possono applicare alla città le categorie critiche con cui si giudica un quadro o un’opera musicale. E poiché è divenuto difficilissimo un consenso sulle qualità della produzione delle arti in generale, anche i giudizi sulla bellezza della città sono divenuti insieme convenzionali e divergenti.

Da quando poi le città sono diventate sempre più accentuatamente luoghi di lavoro, di turismo o di divertimento, perdendo sovente i propri abitanti che si trasformano, sempre più numerosi, in utilizzatori, in “city users” come si usa dire, la città si trasforma, anche nell’immaginario, solo in strumento di lavoro e di servizio: persino il suo stesso mantenimento, anche se inadeguato, è diventato sovente la sua attività industriale più rilevante.

Tutto questo è ben presente, enormemente dilatato nelle sue disparità tra povertà e ricchezza, nelle metropoli dei paesi in via di sviluppo dove l’organizzazione dell’espansione periferica già disastrosa dello “sprawl” europeo diventa “slums”, “bidonville” senza alcun supporto di servizi di nessun tipo senza acqua, luce, fognature, possibilità di lavoro ma dove, nei prossimi 10 anni nascerà, secondo le previsioni, un terzo dei nuovi non-cittadini del mondo.

Dobbiamo in questo caso essere riconoscenti proprio alla globalizzazione (quando la sua immagine non sia limitata all’ideologia del mercato e delle finanze) per la presa di coscienza delle differenze che, senza scampo, essa ci propone. Differenze di sviluppo, ricche di storie, di costumi, di desideri diversi mentre proprio l’ideologia della globalizzazione economica tende invece alla loro trasformazione in omogeneità. Oppure alla trasformazione dell’identità delle differenze in qualcosa che mette da parte “il diritto dei soggetti a negoziare il proprio posto nello scenario che li comprende”, come scrive Cristina Bianchetti.

 

Fernand Braudel scriveva 30 anni or sono della civiltà mediterranea nelle diverse forme, dalla cultura greca all’impero romano alla civiltà araba o dell’impero cinese del primo millennio, come forme di pre-globalizzazione.

Esse erano, non bisogna dimenticarlo, accompagnate, pur con le loro crudeltà, da valori più articolati e differenziati, al di là di quelli economici, mentre le nostre città sono di fronte al fatto che le nostre culture non comandano più le nostre organizzazioni sociali, le quali a loro volta non comandano più le attività tecniche ed economiche. Siamo, cioè, di fronte alla trasformazione dei valori in prezzi, ad una globalizzazione come separazione tra mondo strumentale e mondo simbolico, o meglio è il mondo economico-tecnico, il mondo dei mezzi ad essere divenuto simbolico.

 

Così noi ci muoviamo nelle nostre città secondo una doppia possibile interpretazione di tale separazione; da un lato l’indebolimento degli stati nazione e delle loro istituzioni offrono la possibilità di costituzione di zone franche, marginali, più larghe ed innovatrici; nella città, cioè, non bisogna dimenticarlo, emergono continuamente processi inventivi ed associativi che sono connessi ad un accesso diretto alla casualità, che fanno sovente emergere nuovi aspetti delle possibilità del suo capitale sociale: tutte cose che potrebbero essere materiale prezioso proprio per il disegno urbano. Ma da un altro lato tale separazione conduce alla marginalizzazione dei più deboli ed alla sparizione di uno spazio sociale capace di garantirci dai poteri degli interessi di parte. Il soggetto è nello stesso tempo l’elemento centrale e l’anello debole di questa opposizione che è causa strutturale anche del violento disagio giovanile e lo stato attuale della costruzione della città ne è l’irrisolta rappresentazione.

Di tale rappresentazione è responsabile, non meno delle istituzioni trasformate in puro collante burocratico, la vasta famiglia dei costruttori di città ed in primo piano la cultura degli architetti ma anzitutto la rinuncia di tutti alla cultura critica con il progetto con l’adozione dell’idea di rispecchiamento dello stato delle cose; e accordarsi intorno a ciò che può funzionare per la costruzione di quella che si può definire un’estetica della constatazione. Dopo il realismo socialista, il realismo degli interessi senza altri aggettivi.

 

Credere, come oggi sembra praticarsi, che le forme dell’architettura si siano messe a tremare ed a fratturarsi per rappresentare l’instabilità dei nostri tempi è un insulto all’intelligenza dei processi costitutivi della pratica artistica dell’architettura, processi che non sono mai stati di rispecchiamento deduttivo se non in quelli della costituzione del peggiore kitsch.

Ma si tratta poi di rappresentazioni o di esorcismi? Oppure di un complicato insieme di svago e misticismo, di euforia del disastro e dell’oblio volontario delle ragioni delle contraddizioni?

L’architettura della città non può comunque sottrarsi al confronto con la propria durata, al futuro di diversi usi e significati del disegno urbano, a partire dalla fermezza del proprio disegno, capace di misurare anche le micromutazioni incessanti del quotidiano. Nello stesso tempo essa non può sottrarsi al confronto, con la storia dei luoghi e della società nelle condizioni del presente ma anche delle sue migliori possibilità di modificazione.

È proprio la nozione di modificazione a cui dovrebbe far riferimento la presa di coscienza del nostro agire come cittadini e come architetti. Anche la nozione di creatività, tanto invocata a sproposito nei nostri giorni, è, non bisogna dimenticarlo, un modo di essere della modificazione del senso: cioè, del proprio essere nella storia come terreno per ogni futuro.

 

Vi è chi, tra gli architetti alla moda, sostiene invece la fine della città a partire dall’idea della “città generica”, dove “non resta più nessun qualcosa collettivo”, dove regna la riduzione dello “spazio spazzatura”, come fondazione del disegno urbano. È difficile negare che questo programma non sia il ritratto iperrealista della condizione sociale che meglio coincide con la concezione della globalizzazione in quanto universalizzazione del valore assoluto del mercato.

Io credo, al contrario, che costruire un’architettura urbana civile, semplice, conoscibile, senza la ricerca dell’applauso, aperta all’immaginazione sociale, sia ciò che i migliori architetti anche oggi cercano di fare; senza smarrirsi nella società dello spettacolo, credendo nuovamente nella città dei cittadini e parlando con le opere di ciò che solo l’architettura può dire, senza rifugiarsi nell’utopia di evasione, né rispecchiare tanto il presente da rimanerci affondati.

 

Ben consci che alla condizione futura dell’architettura della città dei suoi cittadini, ovviamente non c’è risposta definitiva, se non quella di tornare a soffrire le contraddizioni del presente mantenendo, per parafrasare la celebre frase di Walter Benjamin, una “totale mancanza di illusioni nei confronti della propria epoca e ciononostante pronunciandosi criticamente per essa”.

 

 

Extract of the conference held on 31.01.2017 by Vittorio Gregotti

 

2017 | Waliców Project - Final Exhibition at Memoriale della Shoah of Milan